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Dalla “Rerum novarum” una profezia che attraversa i pontificati. Fino ad oggi

Articolo di Vittorio Possenti. Avvenire del 21 febbraio 2026

Il quadro che l’economista Luigino Bruni sta dipingendo nei vari interventi sul nesso
tra economia e cattolicesimo appare assai stimolante, suggerendo ulteriori
elaborazioni al fine di ampliare l’orizzonte dei contributi e raggiungere un esito forse
maggiormente equilibrato. In effetti la sintesi della ricerca offerta ai lettori già nel
primo intervento (11 gennaio) suona alquanto pessimistica. Si sostiene che nella
Dottrina sociale cattolica della seconda metà dell’800 si tennero fuori l’economia
civile, i francescani, il monachesimo, e vari altri fattori: «Tutto questo fu avvolto da
una notte oscura durata quasi due secoli, di cui ci occuperemo in questi articoli. (…) È
forse l’ora di svegliarsi».
L’ampliamento del quadro inviterebbe a considerare con attenzione le altre encicliche
politico-sociali di Leone XIII (Immortale Dei, Diuturnum Illud, Libertas), che
trattano la costituzione cristiana degli Stati, l’origine dell’autorità politica e la libertà
moderna come intesa dal liberalismo. Vi è in tutto ciò l’espressione del sogno di
ritornare alla cristianità medievale? Forse in piccola parte, ma in maniera declinante
con lo scorrere del tempo. Va inoltre considerata la peculiarità della situazione
italiana dove vigeva il non expedit, proclamato da Pio IX e mantenuto dal suo
successore per l’Italia, e tolto invece per la Francia con l’invito papale
al ralliement con la Terza Repubblica e alla presenza sociopolitica dei cattolici.
Impresa sfortunata perché Pio X, nel pieno della battaglia antimodernista, condannò
Le Sillon, movimento politico-religioso francese fondato nel 1894 da Marc Sagnier
per avvicinare i cattolici francesi agli ideali repubblicani (vedi Notre charge
Apostolique, 1910).
In Italia contò molto l’Opera dei Congressi dove gli intransigenti ebbero a lungo la
maggioranza, e dove il gruppo di Romolo Murri rappresentò forti spunti contrari.
Murri fu tra gli ispiratori della fondazione della Fuci (1896), e amico di don Sturzo,
che di lui disse: «Fu Murri a spingermi definitivamente verso la democrazia cristiana
». Con la soppressione del non expedit la via era libera per la costituzione del Partito
popolare. Con il richiamo alla Fuci lo sguardo va agli anni ’20 e 30 del secolo scorso,
quando nel loro profondo sodalizio Giovanni Battista Montini e Igino Righetti
guardarono all’oggi e al domani, non al passato. Il Codice di Camaldoli (1943) è un
documento prezioso di un rinnovamento profondo in cammino, che va valorizzato.
Nell’intervento del 15 febbraio Bruni ferma la sua analisi critica al 1934, trattando di
un libro di Amintore Fanfani, Cattolicesimo e protestantesimo nella formazione
storica del capitalismo. Egli riconosce che Leone XIII e Pio XI furono innovatori,
aggiungendo: «Le risposte che dentro i vincoli del loro tempo hanno offerto, sono
invece state superate dalla storia, anche perché nate in un clima di paura e di difesa,
che sono sempre pessime consigliere di ogni scrittore di faccende sociali». Orbene,
nel 1931 era uscita l’enciclica Quadragesimo anno di Pio XI, nel 40° anniversario
della Rerum novarum. Il Papa riconosce che «le nuove necessità dei nostri tempi e la
mutata condizione delle cose richiedono una più accurata applicazione della dottrina
leoniana o anche qualche aggiunta». Le aggiunte sono dirompenti. L’enciclica
introdusse una diagnosi veramente nuova, ossia l’imperialismo internazionale del
denaro: «Ultime conseguenze dello spirito individualistico nella vita economica sono
poi quelle che voi stessi, venerabili fratelli e diletti figli, vedete e deplorate; la libera
concorrenza cioè si è da se stessa distrutta; alla libertà del mercato è sottentrata la
egemonia economica; alla bramosia del lucro è seguita la sfrenata cupidigia del
predominio; e tutta l’economia è così divenuta orribilmente dura, inesorabile, crudele.
A ciò si aggiungono i danni gravissimi che sgorgano dalla deplorevole confusione
delle ingerenze e servizi propri dell’autorità pubblica con quelli della economia
stessa: quale, per citarne uno solo tra i più importanti, l’abbassarsi della dignità dello
Stato, che si fa servo e docile strumento delle passioni e ambizioni umane, mentre
dovrebbe assidersi quale sovrano e arbitro delle cose, libero da ogni passione di
partito e intento al solo bene comune e alla giustizia. Nell’ordine poi delle relazioni
internazionali, da una stessa fonte sgorgò una doppia corrente: da una parte, il
nazionalismo o anche l’imperialismo economico; dall’altra, non meno funesto ed
esecrabile, l’internazionalismo bancario o imperialismo internazionale del
denaro, per cui la patria è dove si sta bene» (n. 109, corsivo mio). Nei paragrafi
precedenti si denuncia la libertà di concorrenza che lascia sopravvivere solo i forti,
l’accumularsi di una dispotica padronanza dell’economia in mano di pochi, «e questi
sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale, di cui
essi però dispongono a loro grado e piacimento». Oggi, circa un secolo dopo, molti
studiosi vedono nella Quadragesimo Anno una critica lungimirante alla
globalizzazione finanziaria selvaggia in corso. La denuncia di un potere finanziario
che sovrasta la sovranità degli Stati e la dignità del lavoro umano rimane un tema
centrale anche nelle encicliche più recenti, come la Laudato si’ e la Fratelli tutti di
papa Francesco. Il dettato di Pio XI disegna dunque un quadro in cui ancora viviamo,
e che anzi si è aggravato tanto con un certo tipo di globalizzazione quanto con
l’attuale disordine mondiale creato da chi persegue l’intento di sfasciare ogni struttura
di regolazione per affermare la legge del più forte. Il profitto non può essere l’unico
regolatore della società. Anzi, l’imperialismo internazionale del denaro, deplorato da
Pio XI, si ripresenta oggi con la pretesa egemonica della finanza globale come potere
superiore a quello politico. E con la critica dell’imperialismo internazionale del
denaro inizia a riaffiorare un principio cardinale, forse il più alto, dell’intera dottrina
sociale della Chiesa: la destinazione universale dei beni. Un cenno è presente in un
radiomessaggio di Pio XII nel 1941, ma poi il Concilio e le encicliche di Giovanni
XXII, di Paolo VI e degli ultimi Papi lo hanno rilanciato in modo poderoso. Con tale
principio non si pone al centro dell’indagine la relazione tra capitale e lavoro, ma si
entra in una determinazione più originaria, concernente il rapporto tra persona e cose,
date dal Creatore a tutti gli esseri umani. Se è vero che il lavoro è la prima sorgente
della ricchezza delle nazioni, occorre aggiungere che il principio della destinazione
dei beni della terra a tutti non è un’invenzione recente del Magistero sociale della
Chiesa: inizia nella Patristica, prosegue nella Scolastica e in particolar modo
nell’Aquinate (IIa IIae, q. 66), la cui soluzione è diventata canonica, e si ritrova in
svariate encicliche recenti. Esso tocca il nesso tra la persona e la proprietà privata, e il
compito sociale della stessa, negandone ogni jus utendi et abutend.

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